Madame Bovary

di Luciano Colavero
18-23 novembre 2017
Tutti i giorni ore 21.00, tranne domenica ore 16.00
regia Luciano Colavero
con Chiara Favero
scenografia Alberto Favretto e Marcello Colavero
suono Michele Gasparini
luci Elisa Bortolussi
costumi Stefania Cempini
produzione Strutture Primarie
powered by SMartIt
con un ringraziamento speciale a Simona Rossi, Spazio Aereo, Arti e Spettacolo, Kanterstrasse/Valdarno Culture, Eventi Arte Venezia, Kabina Welcome
Vincitore STAZIONI DI EMERGENZA - Atto VI

«Il cuore umano non si allarga che con un taglio che lo squarcia.»

Gustave Flaubert, da una lettera a Louise Colet del 13 agosto 1846

 

Quando immagino madame Bovary vedo una donna che ha fame, vedo una donna drogata di desiderio. La sua droga non sono gli oggetti, la sua droga è l’immagine, la visione, il sogno di ciò che non possiede. Lei vede qualcosa che non ha, lo desidera e corre. Se può permettersi di comprarlo lo compra. Se non se lo può permettere s’indebita e lo compra lo stesso. Se non può comprarlo neanche indebitandosi fino al collo si ammala di desiderio e d’invidia. Il desiderio l’avvelena, ma nello stesso tempo la rende viva. Lei vuole l’impossibile e questo la rende viva, perché i desideri realizzati sono desideri morti. Perché soltanto l’impossibile è degno di essere desiderato.

 

«La più bella delle donne non è più tanto bella sul tavolo anatomico.»

da una lettera a Ernest Chevalier del 24 giugno 1837

 

Una donna entra correndo. La sua casa è vuota, è stata pignorata. Hanno messo le mani dappertutto, hanno portato via tutto. Sul palco c’è una pedana lunga e stretta. Nient’altro. La donna entra correndo su quella pedana. Ha le mani piene di arsenico, rubato in farmacia, e mettendosi spudoratamente in mostra divora il veleno, per iniziare a morire. È la sua grande occasione. Si accorgeranno tutti, finalmente, che lei esiste. È così che inizia lo spettacolo, con una donna che corre dentro e inizia a morire. E le mosche che le ronzano intorno. E lei che continua a morire per un’ora intera. E noi che la guardiamo.

 

«Il futuro era un corridoio tutto nero. In fondo c’era una porta chiusa, ben chiusa.»

da Madame Bovary

 

In scena non c’è niente. Soltanto un corridoio, un confine, una lama di rasoio, una passerella, un trampolino, un luogo da cui spiccare il volo, una fessura, uno strappo, un taglio attraverso cui infilarsi e scivolare via, un punto di contatto, una via, una strada, un sentiero da percorrere e una donna che vuole essere qualcun altro, un’attrice, su un palcoscenico troppo stretto per recitare, una semplice pedana di legno e ferro, troppo stretta per correre, troppo stretta per volteggiare, e dalla quale potrebbe cadere in ogni istante.

Quando si lavora con poche cose, quelle poche cose diventano estremamente importanti. La pedana non è un oggetto di scena. Trasforma la natura del palcoscenico stesso, impedisce certe azioni e ne consente altre, rende il palco impraticabile, inagibile. Il palco spoglio dialoga con l’attrice, entra in conflitto con lei. Palco e pedana, insieme, diventano un mondo. Questo mondo sta di fronte a un altro mondo, opposto al primo: è la sala-voragine, dove tutto si perde nel buio. E in fondo a quel buio, forse, c’è Charles Bovary, paralizzato nella sua nullità.

 

«La sala anatomica dell’Ospedale dava sul nostro giardino; quante volte con mia sorella ci siamo arrampicati sul pergolato e, sospesi tra i pampini, abbiamo osservato pieni di curiosità i cadaveri esposti; il sole vi batteva sopra, le stesse mosche che svolazzavano su di noi e sui fiori andavano a posarvisi, tornavano verso di noi, ronzavano.»

da una lettera a Louise Colet del 7 luglio 1853

 

Emma entra correndo. Correndo sulla pedana. Su quella linea retta, senza possibilità di fuga, percorre la vita che le rimane. Avanti e indietro. Fino alla fine. Mentre le mosche ronzano. Mentre Charles, forse, l’ascolta “dall’altra stanza”, senza fare niente. Mentre io la guardo dal buio della sala, insieme agli altri spettatori, senza fare niente. La guardo mentre la fa finita. La guardo mentre finisce di farla finita. Fino all’ultimo battito del suo cuore.

TEATRO LIBERO

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