40 gradi

di Andrea Maria Brunetti
5-10 ottobre 2017
Tutti i giorni ore 21.00, tranne la domenica ore 16.00
regia Andrea Maria Brunetti

con Fabio Banfo, Luigi Guaineri, Roberto Testa
 
assistente alla regia Serena Piazza

produzione Effetto Morgana
in collaborazione con C.L.A.P.Spettacolodalvivo

Quaranta gradi racconta la storia di due uomini, due attori russi, che sullo sfondo della violenza e della criminalità degli anni '90 si trovano, alla fine di una tournée invernale nella provincia battuta dal vento e dalla neve, bloccati in un paesino sperduto del nord, in una misera stanza ammobiliata. Qui, reduci da una apocalittica bevuta, senza un rublo in tasca, abbandonati dalla loro stessa compagnia che è ripartita per San Pietroburgo, fanno un incontro: un certo Vampilov, loro vicino di stanza, si offre di dare loro una grossa somma di denaro in modo completamente disinteressato. Ha sentito il loro “grido d’aiuto” e vuole aiutarli, così dice. La sola condizione è che loro non facciano nulla, assolutamente nulla, per ricambiare il suo gesto. Ma i due, senza saperlo, gli salvano la vita, vanificando così il carattere “disinteressato” del regalo ricevuto: contraggono così un debito con lo strano personaggio che, a questo punto, cambia totalmente volto e vuole, ad ogni costo, riscuotere.

Questa la trama. I temi che la percorrono sono quelli del discorso morale e dell’arte, di Dio e del senso della vita, in un dialogo serrato che galleggia nei fumi dell’alcool, che li alimenta, li distorce, e nutre, come spesso accade, i grandi slanci della “russkaja ducha”, l’anima russa, che è la vera protagonista di questo atto unico.

 

Note di drammaturgia

Quaranta sono i gradi della vodka, e quaranta, sotto zero, sono i gradi a cui scende la temperatura nella provincia russa, dove due attori malandati, maltrattati da sé e dalla vita, stanno mettendo in scena uno spettacolo, il Macbeth di Shakespeare. E’ l’inizio dello spettacolo. Ed è l’inizio degli anni Novanta, subito dopo la Perestroyka, fallita miseramente, prima ancora che si capisse che cosa dovesse essere, questa “ricostruzione”: i russi hanno vissuto solo la distruzione e la caduta del loro mondo, del loro pur stentato standard di vita. La ricostruzione non l’hanno mai vista, non certo negli anni Novanta. Ma l’aspettavano, e la aspettavano colmi di quella speranza quasi mistica, di un idealismo quasi ossessivo, che è il tratto dell’anima russa.

Vivevo e lavoravo a San Pietroburgo da un anno circa quando ho messo in scena un mio testo, Malamore, con un attore cinquantenne che si chiama Sacha Ronis. Alcolista, ex-primattore bello e famoso, un tempo, insignito della medaglia “attore popolare dell’unione sovietica” (cosa che non mancava di ricordare appena aveva bevuto, con uno guizzo di dignità teatrale). Mi ha raccontato, durante le prove, di come negli anni Novanta il teatro in cui lavorava, l’Alexandrinskij di San Pietroburgo, lo pagasse con 100 uova al mese. Salario proteico. E’ dal racconto di quell’attore, Ronis, che è partito tutto. Poi ho letto Vampilov, un autore sovietico che aveva scritto Venti minuti con un angelo. Testo non tradotto che mi aveva subito colpito. Nel frattempo avevo in testa Beckett, Finale di partita soprattutto, e ho trovato che nei personaggi sovietici di Vampilov ci fosse qualcosa di assurdo e apocalittico, esattamente come in Beckett, però con un sapore diverso: non algido, elegante e britannico, ma sporco, povero e ubriaco, alla russa. E poi c’era San Pietroburgo, il suo mondo teatrale ma soprattutto la gente che, nel frattempo, iniziavo a capire, e con cui passavo notti estenuanti, a bere e parlare, parlare, loro sono davvero la società della conversazione, sempre bevendo, sempre in cucina, o tè o vodka, o entrambi. E spesso i loro racconti, ancora, sugli anni Novanta, sulla criminalità che si era impadronita del vuoto rimasto in cui galleggiavano tutti. Probabilmente la mia intenzione era quella di mettere insieme tutte queste sensazioni, queste “scoperte”, esattamente per fermarle in un qualche album di fotografie, in una cosa che avrei potuto prendere e portarmi via. Perché sapevo che un giorno me ne sarei andato. Era un posto dove stare, succhiarne il più possibile avidamente, e fuggire.

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